Il cuore di Neapolis e le atellanae

Nel V secolo avanti Cristo, Neapolis, la nuova città greca costruita nel golfo di Napoli, era già una città fiorente e pullulante di vita.

La sua popolazione era tra le più numerose e risentiva della influenza di Atene, la città di Pericle, e le sue arti, le tradizioni e la cultura erano l’espressione del mondo greco tanto che Neapolis fu definita, per lungo tempo, l’Atene della Magna Grecia.

Qui i coloni greci avevano costruito già degli edifici rudimentali che si svilupparono in seguito come veri e propri teatri sulla collina che affacciava sul golfo di Napoli, dove videro la luce primitive forme di esibizioni teatrali come i fliaci, rappresentazioni burlesche che inscenavano i miti greci in forma comica.

Nei teatri cittadini prendevano forma le tragedie, i drammi greci e tutte quelle manifestazioni culturali che resero celebre Neapolis come vero e proprio centro di cultura. Qui si riunivano gli intellettuali per parlare di filosofia e trasmettere i miti greci che venivano spesso rappresentati nei teatri o per strada per fare sì che tutti sapessero della grandezza e splendore della madrepatria Grecia.

Le manifestazioni culturali venivano sempre accompagnate dal canto e dalla musica, che vennero prontamente considerate, anche qui, come ben aveva detto Pericle, attività importantissime per lenire le fatiche e scacciare i dolori.

Non vi erano festività o riti cultuali o anche attività agonistiche e lavorative che non venissero accompagnate dal suono di flauti e cetre che imitavano il cosiddetto “ritmo di Pan”. Per le strade di Neapolis si incontravano spesso compagnie di attori e musikos che tra musica e danza allietavano la vita della città greca. Persino le donne si esibivano in questi spettacoli.

Maschere

Il porto di Neapolis divenne ben presto fiorente, e qui approdarono mercanti provenienti da tutto il mondo, che parlavano lingue diverse e raccontavano storie di leggendarie terre lontane ma, per capirsi con gli abitanti del posto, essi dovevano aiutarsi con quella tipica gestualità che diede vita, in seguito, alla mimica, una speciale forma di comunicazione che si tramutò, col tempo, in vera e propria teatralità. Una teatralità che è rimasta tipica del carattere di Napoli. La città divenne dunque così famosa per questo genere di manifestazioni da essere poi considerata il centro culturale da prendere a modello anche dalla stessa Roma che considerò Neapolis la porta d’oriente, l’incontro con l’esotico e con la raffinatezza di mondi lontani.

Culla ed erede della civiltà greca, Neapolis si distinse in seguito per i suoi due splendidi teatri, quello scoperto, che nella successiva epoca romana fu ampliato fino a poter contenere oltre cinquemila persone, e l’Odeion coperto. Nei due teatri, che erano prospicienti ai due agorà, i fori cittadini, nell’attuale area che da Piazza San Gaetano va verso via dell’Anticaglia a nord e verso il decumano inferiore, detto Spaccanapoli, a sud, si esibivano gli attori che in lingua greca, mettevano in scena le rappresentazioni più importanti del classicismo greco.

Neapolis, pur essendo greca, è sempre stata tuttavia un crocevia di culture che qui si incontravano, si mescolavano e si fondevano con altre dando vita ad una vivace città che già dagli albori era aperta alle più disparate contaminazioni. Qui venivano messe in scena anche quelle farse in lingua osca, originarie della vicina città campana di Atella, che in parte imitavano i fliaci greci ed erano cariche di passione, umanità e caricatura. Esse, in età romana, furono chiamate fabulae atellanae.

I protagonisti di tali farse in lingua osca, recitate da attori professionisti itineranti erano personaggi, muniti di maschera, che raccontavano brevi storie, cariche di ironia ed allusioni, che spesso rispecchiavano fatti realmente accaduti, esposti con un pizzico di civetteria e comicità per stuzzicare il buon umore. 

Le maschere delle farse osche erano quasi tutte fisse ed i personaggi principali erano Pappus, il vecchio rimbambito, Buccus, un giovane chiacchierone e smargiasso, Dossenus, il sapiente anziano gobbo, scaltro e scroccone ed il giovane Maccus, il ghiottone sempre innamorato e malmenato. Quest’ultimo è da molti ritenuto addirittura l’antenato del moderno Pulcinella. Essi erano accompagnati da altre figure come acrobati e mimi e da una quinta maschera chiamata Kikirrus (il galletto) che fu addirittura conosciuto da Orazio nella villa di Cocceio a Benevento.

Gli attori raccontavano agli spettatori spaccati della vita quotidiana della gente di campagna, o del popolo minuto, oppure elencavano i mestieri svolti freneticamente o svogliatamente, con un linguaggio a doppio senso e talvolta osceno. Spesso le fabulae atellanae, che avevano un carattere burlesco ed erano talvolta anche assai licenziose, erano indirizzate perfino a personaggi illustri che venivano derisi con sagaci allusioni. Si narra che gli imperatori romani Tiberio, Nerone e anche Galba fossero oggetto di scherzo e di sottili ironie.

Gli attori pur indossando maschere erano facilmente riconoscibili e si esibivano a loro rischio e pericolo. Ciononostante molti di essi riuscirono a deridere, con buffe gestualità, l’imperatore Claudio, imitandolo mentre tracannava il veleno o Agrippina mentre nuotava tentando di scampare al figlio Nerone che cercava di ammazzarla. Lo stesso Nerone fu deriso poi da Dato, un attore che lo ridicolizzò per i suoi tentativi di assassinare la madre o mentre uccideva Claudio, ma in questo caso Dato fu costretto all’esilio perché l’imperatore non gradì tale sfrontatezza. Si narra poi che Caligola avesse fatto addirittura bruciare vivo, e lentamente, un poeta che aveva osato deriderlo, anche se solo velatamente. La maggior parte però accettava lo scherzo, anzi, molte volte, erano gli stessi imperatori ad esibirsi nei teatri cittadini poiché a Neapolis essi venivano per rilassarsi e trastullarsi.

Neapolis fu dunque definita una città di otium, di meritato riposo. Il dittatore Silla amò a tal punto le atellanae da divenire egli stesso un poeta autore di splendide fabulae, contribuendo a fare di questa arte primitiva una vera e propria forma letteraria. Più tardi perfino Marco Aurelio, l’imperatore filosofo che diede a Neapolis l’appellativo di Aurelia Augusta, si esibì nel teatro scoperto con una delle più note atellanae scritte dall’allora famoso autore campano Quinto Nonio. Le atellanae ebbero talmente tanto successo che la loro eco giunse persino a Roma dove, per lungo tempo, furono apprezzate in modo particolare dai giovani, dai membri del Senato e dagli imperatori. Col tempo esse andarono perdute ma a Napoli si sono mantenute sviluppandosi, in tempi più recenti, in quella che verrà poi definita la sceneggiata, la macchietta e poi commedia dell’arte.

Addentrandoci tra i vicoli, sulle bancarelle di tutta la città incontriamo tutte le statuine di quelle antiche figure che hanno intrattenuto per secoli i viaggiatori di tutto il mondo. Basta andare nella famosa via dei presepi, la San Gregorio Armeno, per vedere tra i tipici personaggi sacri del presepe napoletano, le statuine che rappresentano ancora i rozzi e comici eroi delle fabulae atellanae ed altri personaggi del mondo fantastico napoletano.

© Maria Sannino 2018-2021

Informazioni su Dr Maria Sannino

Sono una Guida Turistica, Accompagnatore Turistico ed Interprete Turistico abilitata presso la Regione Campania nelle seguenti lingue: Giapponese, Inglese, Italiano, Spagnolo, Francese e Tedesco. Conduco visite guidate nell'intera regione Campania ed insieme possiamo visitare i luoghi più famosi ma anche quelli più reconditi, e andare alla scoperta di una regione che non smette mai di meravigliare chiunque la visiti. Mi piace in modo particolare l'archeologia ma mi appassionano anche l'arte, sacra o profana, le tradizioni, le bellezze naturalistiche e ovviamente tutte le belle storie e leggende di questa splendida terra, nonché i suoi mille misteri.
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